Il dipinto non è citato con precisione nelle fonti antiche, manoscritte o a stampa, inerenti al Caravaggio. Fu scoperto in realtà soltanto all’inizio del Novecento e attribuito al Caravaggio da Giorgio Cantalamessa, insigne studioso dell’epoca. Ne seguì poi un lungo dibattito tra gli studiosi che dura ancora oggi e che vede divisi gli esperti. L’opera reca sul retro un cartellino che dice: Il Si.re Francesco de Rustici da sto/quadro ai padri Capuccini con tale /..nd..che/non si possi dare a nissuno. La scritta è incompleta e le lettere “nd” sono state interpretate come “comando”. Francesco dei Rustici era probabilmente un nobile affiliato alla importantissima Arciconfraternita della Trinità dei Pellegrini. Non si sa bene chi fosse esattamente tale personaggio, forse di origine senese a causa del suo cognome. Si sa soltanto che morì settantenne nel 1617 e che tutti i committenti del Caravaggio facevano parte di questa Arciconfraternita della Trinità dei Pellegrini e lo stesso Michelangelo Merisi la frequentò e lavorò a suo favore. Nel 1967-688 fu scoperta da Maria Vittoria Brugnoli, eminente funzionaria della Soprintendenza alle Gallerie di Roma, un quadro con una versione assai simile a questa di Roma nella chiesa di S. Pietro a Carpineto Romano, probabilmente commissionata da Pietro Aldobrandini i cui feudi si estendevano, appunto, fino a quella zona del Lazio, confinante con i feudi Colonna dove il Caravaggio nel 1606 si rifugiò dopo la fuga da Roma. Il quadro di Carpineto è stato poi giudicato da alcuni studiosi, a seguito di approfondite analisi tecnico scientifiche compiute sotto la direzione della Soprintendente prof. Rossella Vodret, come l’originale del Caravaggio per cui la versione dei padri Cappuccini è stata considerata, da quegli stessi studiosi, come copia coeva, forse eseguita del grande allievo del Caravaggio, Bartolomeo Manfredi. Si tratta, però, di opinioni non basate su prove inequivocabili ma solo su fatti indiziari
Mentre, pur in mancanza di documenti inequivocabili, è evidente come il quadro dei Cappucini di Roma sia un sublime dipinto che porta alle estreme conseguenze l’interpretazione iconografica della figura di S. Francesco compiuta dal Caravaggio nel corso della sua intera esistenza.
E’ qui raffigurato il momento della compiuta trasfigurazione spirituale del Santo che, prendendo in mano il teschio e inginocchiandosi sulla nuda terra, formula il gesto supremo di deporre il teschio stesso sulla base della Croce rappresentata in scorcio per darle la maggiore evidenza possibile nello spoglio ambiente, quasi una caverna, dove si compie l’evento. Ciò equivale al mistero delle Stimmate perché S. Francesco, trafitto dalla luce divina e quindi potendo legittimamente paragonarsi in modo diretto al Redentore nel momento determinante del sacrificio di sé per il riscatto dell’Umanità e la liberazione dalla Morte, prende in mano il corpo del Cristo, esemplificato dal solo teschio, per riporlo proprio sulla base della Croce, che ha dato fine alla vita terrena del Redentore ma ha dato così la vera Vita al credente. Sono superati allora i momenti dell’estasi susseguente alle Stigmate, della proclamazione della povertà spirituale, dell’Orazione stessa, per approdare a quel principio concretamente vissuto e espresso nella pittura del “non aver affezione a cosa nessuna se non a Dio” di cui dice Bernardino da Colpetrazzo spiegando le Costituzioni cappuccine.
Il soggetto del nostro quadro è dunque l’approdo ultimo del pensiero francescano, e l’esecuzione pittorica del Caravaggio, infallibile e priva di pentimenti o rielaborazioni (a differenza della versione di Carpineto in cui anche il cappuccio del Santo fu ripreso pittoricamente per adeguarlo appunto a quello originario) è analoga a quella della Madonna dei Pellegrini in cui l’ideale francescano della povertà e della devozione incondizionata è così chiaramente espresso. La straordinaria leggerezza della materia pittorica fa sì che l’immagine di S. Francesco sembri come librarsi priva di peso e del gravame della contingenza, il che è tipico di questo momento di altissima spiritualità del Caravaggio tanto che possiamo ben ritenere l’opera un superbo autografo del maestro compiuto subito prima o subito dopo il passaggio da Roma ai feudi Colonna, quando è documentato come il Merisi dipingesse anche la magnifica Cena in Emmaus, oggi alla Pinacoteca di Brera a Milano, il cui stile corrisponde bene con quello del quadro dei Cappuccini.
Tale quadro, secondo la disposizione testamentaria di Francesco de’ Rustici riportata sul retro della tela, non poteva assolutamente essere ceduto ad altri o abbandonare il luogo cui era stato destinato e quindi, data la potenza espressiva che ne promana, dovette essere molte volte replicato e copiato e infatti si conoscono oggi numerose versioni, oltre quella bellissima e probabilmente autografa di Carpineto. Molte di queste versioni sono sicuramente antiche se non coeve alla formulazione del prototipo caravaggesco anche se è impossibile capire quali siano state eseguite sotto il diretto controllo del Merisi e quali come semplici anche se accurate copie.
Testo di: Claudio Strinati

