Il convento

Il 16 aprile 1631 I Cappuccini vennero ad abitare per la prima volta nell’attuale via Vittorio Veneto, ma dello stabile allora costruito per loro dai Barberini oggi è rimasta soltanto la chiesa e la cripta cimiteriale, dove furono trasportati anche i resti mortali dei Cappuccini dal cimitero del convento di San Bonaventura. Nel 1925 fu posta la prima pietra dell’attuale abitazione dei religiosi, su una area donata ai Cappuccini dal Comune di Roma; il vecchio convento era stato demolito per far posto alla nuova strutturazione urbanistica della zona. In chiesa sono sepolti san Felice da Cantalice, il Venerabile Padre Francesco da Bergamo, il Servo di Dio Padre Mariano da Torino. Vi si conservano anche le cellette di san Felice e di san Crispino da Viterbo. Preziose opere d’arte ornano gli altari e il coro.
La chiesa
ORARI DI APERTURA
Dalle 7.00-12.45
e dalle 16.00-18.45
ORARI MESSE
07.30 – Feriale
11.00 – Festivo
CONTATTI
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ARCHIVIO
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La Chiesa fu edificata a cura del Cardinale Antonio Barberini. Suo fratello, il Papa Urbano VIII, ne benedisse la prima pietra il 4 ottobre, festa di San Francesco e vi celebrò la prima messa l’8 settembre 1630. Il disegno della chiesa è dell’architetto pontificio Michele da Bergamo (+1641).
LA NAVATA UNICA
Come tutte le Chiese dei Cappuccini, è ad una sola navata con cappelle laterali rialzate e chiuse da cancellate di legno. Soltanto l’altare centrale fu costruito in marmo, per volontà di Urbano VIII Barberini, il cui stemma si vede alla base delle due colonne. Una parete divide il presbiterio dal Coro retrostante, che ha tre ordini di sedili con banconi del 1739.
LE OPERE D’ARTE
La Chiesa fu arricchita di importanti e numerose opere d’arte come il San Michele Arcangelo di Guido Reni, Il Gesù deriso di Gherardo Delle Notti, l’Estasi di San Francesco di Domenichino e altri ancora. Il pavimento è coperto di lapidi funerarie, la prima al centro vicino ai gradini dell’altare principale, è del Cardinale Antonio Barberini, fondatore della Chiesa e del Convento, che dettò le parole per la lapide della sua tomba: Hic iacet pulvis cinis et nihil (qui giace polvere, cenere e niente).
